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admin | Senza categoria | nov 17, 2017 | Commenti disabilitati

Tanta comunicazione poca relazione

Siamo in un’era dove tutto è comunicazione, ci colleghiamo da un capo all’altro del mondo in una frazione di secondo, viviamo in simbiosi con i nostri smart phones, abbiamo centinaia di amici sui social, e siamo bombardati da notizie di ogni genere ad ogni ora del giorno e della notte.
L’umanità non ha mai vissuto un’epoca come quella attuale, dove ogni cosa, velocizzata in maniera esponenziale, ci rappresenta l’intero pianeta in tempo reale.

Questo però mette in crisi i ritmi psico/biologici di noi tutti, che non possiamo smaltire la valanga d’informazioni che gli eventi mondiali quotidianamente producono. I nostri computer e tutte le diavolerie che utilizziamo quotidianamente sono molto più veloci del nostro sistema nervoso e delle nostre capacità ricettive. Questo porta da un lato alla sensazione di essere sempre in contatto con tutto, all’illusione di non essere mai soli; dall’altro porta alle inevitabili conseguenze prodotte dall’eccessivo stress di cui tutti sentiamo parlare.

Quando questo stress supera certi livelli di intensità e di durata, inizia a dare segnali di disagio, attivando la cosiddetta sindrome di adattamento, che si manifesta in fasi crescenti: fase d’allarme, di resistenza e di esaurimento. Non confondiamo però questa sindrome con l’esaurimento nervoso di cui si sente tanto parlare, che non esiste tra le psicopatologie conosciute.

Il prodotto della fase d’esaurimento sono le cosiddette malattie psico/somatiche, categoria cara ad alcuni medici, che personalmente non posso concepire perché non credo che esistano malattie che non vedano interessato l’uomo nella sua totalità di mente e corpo.
Tra le più comuni spicca la depressione, che ha visto un aumento negli ultimi anni di circa il 30%, e che simbolicamente potrebbe proprio significare che il nostro organismo è stato depauperato di risorse vitali che gli dovrebbero permettere d’interagire col mondo circostante per l’appagamento dei propri bisogni e per dare un senso alla propria vita.

Esistono vari livelli di depressione, dalla lieve, che può manifestarsi con piccoli disagi, a quella grave, che può privare l’individuo di ogni volontà, facendolo apparire un vegetale, senza alcun interesse per la propria e l’altrui vite.
Manca sicuramente il tempo del recupero, che tradotto potrebbe significare momenti di solitudine, in cui ritrovare se stessi e riorganizzare i propri sentimenti, valori, percezioni, pensieri, strategie di vita.

Ora mi chiedo: ma non avremmo dovuto comunicare meglio con tutti gli strumenti che ci consentono di rapportarci in continuazione col mondo intero?
Com’è che invece viviamo in un mondo dove prevale il contatto con i propri aggeggi elettronici, a scapito dello scambio relazionale vero? Penso ai giovani, certo, ma sarebbe fuorviante e semplicistico attribuire loro questi comportamenti e negare che lo stesso fenomeno si realizzi negli adulti.

Si è in realtà sviluppato un mondo solipsistico, di persone che credendo di essere in contatto col tutto, in realtà sono soli davanti al loro schermo. E mentre armeggiano freneticamente sulle tastiere, non si accorgono neppure di chi sta loro accanto. Non lo guardano, non l’ascoltano, non scambiano idee, se ne disinteressano completamente, tranne quando lo ritengono strettamente necessario per espletare un bisogno che passa solo attraverso l’altro.
Questa nuova forma di solitudine stimola il narcisismo, ma con la ricerca spasmodica di contatti aumenta paradossalmente l’indifferenza per l’altro e un ingannevole senso di autosufficienza onnipotente.

Ho citato solo la depressione, ma la frenesia a cui siamo sottoposti può produrre anche tanti altri effetti a tutti i livelli sia fisici che psicologici.
Emicranie, insonnia, fobie, sindromi ossessive, e nevrosi in genere si nutrono di questi stili di vita malsani, che non prevedono la pausa di riflessione, dove impera il motto “chi si ferma è perduto”.

Del resto questo è ciò che la cosiddetta modernità ci offre, e da cui difficilmente possiamo sottrarci, se non facendo scelte estreme, che prevedano il ritiro da ogni forma di sollecitazione eccessiva.

Si direbbe che neanche il malato ha piĂą diritto di essere tale. Chi lucra sulle malattie e sui farmaci facilmente sostituisce il vecchio e caro appellativo di essere umano con il termine consumatore, di medicine.

La nostra società tende a trovare una rapida soluzione a qualsiasi problema e se non ha una soluzione pronta all’uso tende a rimuovere il problema o a dimenticarlo.
Temo che non ci sia soluzione preconfezionata ai problemi che ho esposto ma non voglio con questo seguire la tendenza a rimuovere il problema. Penso sia importante riflettere e parlare in merito alla nostra evoluzione, pur problematica che sia.

Ciro Barberio

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